L’osteosarcoma nel cane e nel gatto

 

L’osteosarcoma (OSA) è un tumore ad elevata malignità che origina dalle cellule mesenchimali.

Questa neoplasia può colpire sia il gatto che il cane, ma in quest’ultimo assume una particolare importanza poiché rappresenta, da solo, circa l’80% di tutti i tumori ossei primari.

 

Le caratteristiche generali dell’osteosarcoma

L’osteosarcoma è una neoplasia molto aggressiva caratterizzata da un elevato potenziale metastatico, soprattutto a livello polmonare.

In base alla localizzazione anatomica, possiamo dividere l’OSA in due classi:

 

  • Assiale: quando insorge a livello delle ossa piatte (gabbia toracica, colonna vertebrale, bacino, testa)
  • Appendicolare quando invece l’insorgenza è a livello delle ossa degli arti anteriori o di quelli posteriori

 

Nella sua forma appendicolare, l’OSA si sviluppa in particolare a livello di metafisi ed epifisi delle ossa lunghe.

A livello radiografico, l’osteosarcoma appare come una massa più o meno consistente che mostra un elevato potere infiltrante locale sia sull’osso stesso che sui tessuti molli circostanti.

Su base istologica, in funzione dell’origine, possono essere distinti diversi istotipi, ovvero:

 

  • Osteoblastico
  • Condroblastico
  • Fibroblastico
  • Condro-fibroblastico
  • Teleangectasico
  • Indifferenziato
  • A cellule giganti

 

Quali sono i soggetti a rischio?

L’OSA può colpire sia il cane che il gatto, ma nel primo l’incidenza varia dal 5 al 7% di tutte le neoplasie.

Nel cane è stata riconosciuta una certa predisposizione genetica ed una maggiore probabilità di comparsa nei soggetti al di sopra dei 5 anni di età.

Le razze maggiormente a rischio sono le seguenti:

  • San Bernardo
  • Alano
  • Rottweiler
  • Setter Irlandese
  • Golden Retriever
  • Boxer
  • In generale tutte le razze o i soggetti di taglia medio-grande

 

Ad eccezione del Boxer, che sembra essere più predisposto allo sviluppo dell’OSA a livello cranico, le altre specie in elenco vengono colpite per lo più dalla forma appendicolare.

Generalmente, i cani di sesso maschile vengono descritti come maggiormente predisposti, rispetto alle femmine, agli osteosarcomi appendicolari.

Al contrario, per razze come Rottweiler, Alano e San Bernardo, la maggiore incidenza viene segnalata nelle femmine.

 

Esistono dei fattori di rischio?

Oltre ai fattori genetici, esistono dei fattori predisponenti che possono aumentare il rischio di insorgenza di osteosarcoma:

  • Microtraumi da sforzo,
  • Presenza di impianti metallici
  • Stimoli mutageni
  • Fenomeni infiammatori
  • Infarti ossei
  • Osteomielite

 

I segni clinici dell’osteosarcoma

In particolare nel cane, il comportamento biologico dell’OSA è molto aggressivo.

È stato infatti dimostrato che al momento della diagnosi ben il 90% dei soggetti presenta già metastasi.

In più, il 90% dei cani con metastasi possiede micro-metastasi poco o per nulla evidenti, mentre il restante 10% mostra già lesioni metastatiche rilevanti.

L’organo bersaglio principale delle metastasi è il polmone; altre localizzazioni possono essere le ossa, il fegato e la cute.

Nel 30% circa dei soggetti interessati da localizzazioni metastatiche, queste si verificano anche a livello dei linfonodi regionali.

Nel gatto il comportamento è meno aggressivo rispetto al cane e la percentuale di soggetti con metastasi scende ad appena il 10%.

L’evoluzione dell’osteosarcoma è piuttosto rapida, a volte subdola.

I principali segni clinici, nel paziente affetto dalla forma appendicolare, sono i seguenti:

  • Dolore nella zona interessata
  • Tumefazione in corrispondenza della zona in cui si è sviluppata la neoplasia
  • Possibile frattura dell’osso colpito

Nel caso di altre localizzazioni è possibile anche avere:

  • Tumefazione delle ossa craniche
  • Esoftalmo
  • Impossibilità ad aprire la bocca e a ingerire il cibo
  • Paresi
I sintomi e la loro gravità possono variare, dunque, in funzione della sede interessata.

 

La diagnosi dell’osteosarcoma

La visita clinica è, già di per se, suggestiva ma dovrà essere seguita da un’accurata diagnostica per immagini e di laboratorio.

Gli esami del sangue devono comprendere:

  • Emocromocitometrico
  • Profilo biochimico
  • Elettroforesi capillare sierica
  • Esame coagulativo
  • Esame delle urine.

Oltre alla valutazione generale del paziente, dal profilo biochimico è possibile evidenziare un aumento della fosfatasi alcalina (ALP), per il rilascio dell’isoenzima osseo (bALP) dagli osteoblasti attivati.

Tuttavia questo non è un enzima specifico quindi non è possibile utilizzarlo come marker tumorale.

Dovranno essere eseguite almeno due proiezioni radiografiche (mediolaterale e craniocaudale) della regione anatomica dolorante che permetteranno di osservare una lesione che si presenta, generalmente, come un quadro misto di osteolisi e osteoproduzione (vedi foto sottostante).

 

 

Uno studio radiografico del torace in tre proiezioni potrà indicare eventuali metastasi polmonari visibili.

Una volta formulato il sospetto di osteosarcoma, è consigliabile approfondire l’indagine per mezzo di una diagnostica avanzata, ovvero un esame TC Total Body con somministrazione del mezzo di contrasto.

Grazie a questa tecnica sarà possibile caratterizzare meglio la lesione per aspetto e grandezza e permetterà, inoltre, di valutare anche la presenza di eventuali metastasi a distanza.

Andranno infine eseguiti prelievi citologici (clicca qui) e bioptici per confermare il sospetto diagnostico.

 

Il protocollo terapeutico dell’osteosarcoma

Nel cane, l’approccio terapeutico più accurato all’ osteosarcoma è di tipo multimodale.

La sola chirurgia è da considerarsi una terapia palliativa, volta a liberare l’animale dal dolore conseguente alla lisi ossea, in grado di garantire al massimo una sopravvivenza di pochi mesi. 

Per un approccio più completo è necessario associare, all’asportazione del tumore (amputazione o limb-sparing nel caso della localizzazione appendicolare), un trattamento di tipo chemioterapico.

La chemioterapia prevede la somministrazione di farmaci quali i derivati del platino (cisplatino e carboplatino) o la doxorubicina.

Con un approccio di tipo multimodale la sopravvivenza mediana può arrivare fino a sedici mesi.

Nei casi in cui non sia possibile intervenire chirurgicamente, sarà necessario considerare la radioterapia, il cui obiettivo è quello di ridurre il dolore e migliorare la qualità della vita, ma non è in grado di prolungare significativamente la sopravvivenza mediana.

Nel gatto, l’approccio chirurgico può essere risolutivo.